
Il freddo di quella notte non assomigliava a quello dell'inverno. Era un freddo viscido, che si infilava sotto la piastra dell'armatura e si incollava alla pelle come bava di lumaca.
Gatsu camminava a grandi passi nel fango della brughiera, ignorando il rumore sordo dei suoi stessi stivali. Ogni passo pesava tre volte tanto a causa della pioggia che inzuppava il mantello nero, ma la sua mente non era lì. Era focalizzata sul battito regolare e pulsante dietro il collo. Il Marchio del Sacrificio non sanguinava ancora, ma inviava piccole scosse elettriche lungo la colonna vertebrale.
Gli spiriti erano vicini.
Dietro di lui, riparato dentro un vecchio tascone della borsa da viaggio, Puck sporse la testa. L'elfo tremava, le ali bagnate ripiegate contro la schiena.
«Gatsu, fermati, ti prego. C'è un villaggio poco più avanti, oltre la collina. Ho sentito l'odore del fumo di legna. Possiamo trovare una stalla, un fienile... qualunque cosa che abbia un tetto!»
Il guerriero non rispose. Non rallentò nemmeno il passo. Gli occhi, o meglio, l'unico occhio sano che gli restava, era fisso sulle sagome deformi degli alberi spogli in lontananza.
«Gatsu! Mi senti? Sei un pezzo di pietra!» protestò l'elfo, lasciandosi sfuggire un gemito quando una goccia d'acqua gelida lo colpì in pieno viso.
«Se mi fermo, muoiono tutti.» La sua voce era una raschiata di lama sulla roccia, profonda e priva di calore. «Il Marchio attira le cose che strisciano nel buio. Se entro in quel villaggio, domani mattina non resteranno nemmeno le ossa dei bambini. Vuoi questo, sventolo?»
Puck si zittì, rintanandosi di nuovo nel buio della borsa. Sapeva che il Guerriero Nero aveva ragione, ma l'oscurità di quella terra sembrava farsi ogni notte più densa, come se il mondo intero stesse lentamente affogando in una palude di catrame.
La collina digradava verso una conca dove sorgevano una ventina di capanne dal tetto di paglia. Non c'erano luci alle finestre, né sentinelle sulle palizzate di legno marcio che circondavano l'abitato. Solo un silenzio innaturale, spezzato solo dal picchiettare della pioggia.
Gatsu non entrò. Aggirò il perimetro, muovendosi lungo il confine del bosco che sovrastava le case. C'era qualcosa che non andava. Il fumo che Puck aveva avvertito non proveniva da un camino accogliente. Era l'odore acre della carne bruciata, misto a quello del grasso rancido.
Il Marchio diede una fitta violenta. Un rivolo di sangue caldo cominciò a scendere lungo la nuca di Gatsu, macchiando il colletto di cuoio.
«Sono qui», sussurrò.
Con la mano destra, l'unica rimasta di carne e ossa, afferrò l'impugnatura avvolta nelle bende della sua spada. L'Ammazzadraghi. Quell'enorme lastra di ferro, più simile a un blocco di pietra grezza che a un'arma da taglio, rispose al tocco con un riflesso opaco sotto la luce della luna schermata dalle nuvole.
Dalle ombre degli alberi iniziarono a staccarsi delle figure. Non erano apostoli, non ancora. Erano i «posseduti», cadaveri di viandanti e animali della foresta richiamati in vita dagli spiriti maligni che infestavano la notte. I loro corpi erano distorti: braccia umane che terminavano con artigli di lupo, volti deformati in un eterno ghigno di agonia, occhi che brillavano di una luce giallastra e infetta.
«Ancora spazzatura», ringhiò Gatsu.
Un lupo dalla spina dorsale spezzata e due teste umane cresciute sul dorso balzò fuori dalla boscaglia, puntando alla gola del guerriero. Gatsu non si spostò. Ruotò il bacino di pochi gradi, sfruttando il peso immane dell'Ammazzadraghi. Il fendente fu così rapido da squarciare la pioggia dell'aria. Un lampo di ferro sibilò nel buio e la creatura venne letteralmente esplosa in una pioggia di sangue nero e visceri congelati.
«Puck, resta giù», ordinò, mentre altre dieci sagome emergevano dal fango.
La battaglia che seguì non ebbe nulla di eroico. Era un lavoro di macelleria. Gatsu si muoveva come un turbine di metallo e violenza. Non usava la scherma dei nobili cavalieri che aveva affrontato in passato; la sua era una tecnica di pura sopravvivenza, affinata in anni di massacri.
Un cadavere corazzato cercò di trafiggerlo con una lancia arrugginita. Gatsu sollevò il braccio sinistro, quello d'acciaio. La punta della lancia impattò contro il metallo della protesi, deviando di lato. Un istante dopo, il guerriero premette un meccanismo interno al polso. Il braccio artificiale si piegò a scatto, rivelando la volata di un piccolo cannone nascosto.
BOOM.
La fiammata illuminò la brughiera per una frazione di secondo. Il colpo di cannone centrò in pieno petto il posseduto, disintegrando la gabbia toracica e investendo i mostri retrostanti con una pioggia di schegge d'osso e fiamme. L'odore della polvere da sparo si mescolò a quello della morte. Gatsu sfruttò il rinculo del colpo per girarsi su se stesso e sferrare un altro fendente circolare. L'Ammazzadraghi recise tre corpi a metà, lasciando che le parti superiori cadessero nel fango, ancora gementi, mentre le gambe continuavano a fare qualche passo prima di crollare.
«Non bastano», ansimò Gatsu, mentre il Marchio continuava a bruciare con intensità crescente. «Questo è solo l'antipasto. Dove sei?»
La terra sotto i suoi stivali cominciò a vibrare. Dal centro del villaggio si levò un urlo disumano, acuto come il pianto di cento neonati e profondo come il boato di un terremoto. La palizzata di legno protettiva venne spazzata via dall'interno, proiettando tronchi appuntiti in ogni direzione.
Era una massa informe di carne grigia e pulsante, alta quanto tre uomini. Lungo la schiena le crescevano decine di braccia umane tese verso il cielo, che si muovevano come i tentacoli di un anemone di mare. Al centro di quel corpo grottesco si apriva un unico, enorme occhio vitreo, sormontato da una bocca piena di file concentriche di denti aguzzi.
«Un Apostolo», sussurrò Puck dal suo nascondiglio, la voce ridotta a un filo di puro terrore. «Gatsu... quella cosa ha divorato tutti gli abitanti. Sento le loro anime intrappolate lì dentro!»
L'Apostolo parlò, ma il suono non proveniva dalla bocca. Risuonò direttamente nella testa di Gatsu, una vibrazione grassa e derisoria.
«Il Guerriero Nero... il fuggiasco dell'Eclissi. Gli arcidemoni della Mano di Dio hanno promesso grandi ricompense a chi porterà la tua testa. Il tuo sangue consacrerà questo banchetto.»
Gatsu sputò a terra un grumo di sangue. Un sorriso feroce, quasi folle, si dipinse sul suo volto deturpato dalle cicatrici.
«Volete la mia testa? Venite a prendervela. Siete solo carne da macello che aspetta il suo turno.»
L'Apostolo scattò in avanti con una velocità impressionante per la sua stazza. Due delle braccia giganti sulla sua schiena si allungarono come elastici, terminando con dita artigliate lunghe come spade. Gatsu saltò di lato, ma una delle grinfie lo colpì di striscio alla spalla, strappando il mantello e lasciando tre solchi profondi nello spallaccio di ferro. Il contraccolpo lo scaraventò nel fango.
Con un riflesso fulmineo, Gatsu piantò l'Ammazzadraghi verticalmente nel terreno sopra di lui. La zampa del mostro si abbatté sulla punta della spada. Il metallo resistette, ma la forza dell'impatto spinse l'arma e lo stesso Gatsu dentro il terreno fangoso. Il guerriero grugnì per lo sforzo. Le sue vene sulla fronte sembravano sul punto di scoppiare. Con un urlo primordiale, usò la gamba destra per dare una spinta contro il corpo del mostro, sfilando la spada di lato e facendo perdere l'equilibrio alla creatura.
Liberatosi dal peso, Gatsu scattò verso il fianco dell'Apostolo. Ogni ferita del passato, ogni cicatrice sul suo corpo sembrava gridare per lo sforzo, ma l'adrenalina e l'odio fungevano da anestetico. Alzò la mano sinistra e azionò la balestra a ripetizione montata sul braccio metallico. Girando la manovella con rapidità disumana, scagliò una pioggia di dardi d'acciaio dritta nell'enorme occhio centrale del mostro.
Splat. Splat. Splat.
I dardi penetrarono la cornea gelatinosa. L'Apostolo cacciò un urlo di dolore straziante, mentre un liquido verdastro e acido colava dalla ferita, bruciando il terreno circostante. Il mostro cominciò ad agitare le braccia alla cieca, distruggendo le capanne rimaste e sollevando nuvole di detriti.
«Ora!» gridò Gatsu a se stesso.
Corse lungo una trave di legno spezzata di una capanna crollata, usandola come rampa di lancio. Balzò in aria, stagliandosi per un istante contro le nuvole nere del cielo. L'Ammazzadraghi era sollevata sopra la sua testa con entrambe le mani. L'Apostolo, avvertendo lo spostamento d'aria, tese tutte le sue braccia superiori per afferrarlo al volo e stritolarlo.
«Muori!»
Gatsu iniziò la discesa. La spada divenne un prolungamento della sua rabbia. Il peso del ferro, combinato con la forza di gravità e la potenza dei muscoli del guerriero, si abbatté sulla barriera di braccia tese. Il metallo tagliò la carne, le ossa e i tendini come se fossero fili d'erba. Arti mozzati volarono ovunque, mentre l'Ammazzadraghi continuava la sua corsa inarrestabile verso il basso.
La lama affondò nel cranio informe dell'Apostolo, spaccandolo in due fino all'altezza del petto. Un'esplosione di sangue fetido investì completamente Gatsu, colorando la sua armatura di un rosso scurissimo, quasi nero. Il mostro crollò in avanti, abbattendosi al suolo con un tonfo che fece tremare la vallata. La massa di carne pulsante cominciò immediatamente a decomporsi, liquefacendosi nel fango in una scia di fumo sulfureo.
Gatsu rimase in piedi sopra i resti della creatura, usando l'Ammazzadraghi come un bastone per non cadere. Il suo respiro era corto, pesante. Il petto si alzava e si abbassava ritmicamente mentre la pioggia continuava a cadere, lavando via lentamente il sangue del demone dal suo volto.
Il Marchio dietro il collo aveva smesso di pulsare. La fitta di dolore si era ridotta a un fastidio sordo. La notte stava finendo. Dall'orizzonte, oltre le colline distrutte, un debole chiarore grigiastro cominciò a farsi spazio tra le nuvole. Non era una luce calda; era l'alba fredda e desolata di un mondo che non offriva speranza a nessuno.
Puck uscì tremando dalla borsa. Guardò il massacro intorno a loro: i resti dei posseduti, i detriti del villaggio distrutto e il liquido nero che copriva ogni cosa. Poi guardò Gatsu. Il guerriero aveva gli occhi fissi verso est, verso il sole che sorgeva, ma la sua espressione non mostrava alcun sollievo. C'era solo una cupa, infinita determinazione.
«È finita per oggi?» chiese l'elfo con voce timida.
Gatsu non rispose subito. Pulì la lama della spada passandola sul mantello strappato, poi con un movimento fluido e potente la caricò nuovamente sulla schiena, agganciandola al supporto di ferro dell'armatura.
«Per oggi sì.» Girò le spalle all'alba e riprese a camminare verso la prossima ombra. «Ma Grifis è ancora là fuori. E finché lui respira, la mia notte non finirà mai.»
L'elfo lo seguì in silenzio, volando a poca distanza dalla sua spalla. Sapeva che non c'era pace per l'uomo chiamato il Guerriero Nero. C'era solo la strada, il ferro e una guerra eterna contro il destino stesso.